In caverne abissali di antichi monti,
L’Inno cantiamo, la strada segniamo,
Verso i giorni futuri, memori del passato,
Che nessuno scordi l’antico richiamo!
Per la strada di casa, stoici e forti.
La nostra storia nacque dai Sauri piegata,
In catene, di speranza il miraggio dimenticato.
Senza orgoglio, faticammo con dolore fin quando,
Nei giorni più oscuri, di noi non si compì il fato
E, venuta la cometa, la catena fu spezzata.
Quegli ori estratti e con brama depredati
Per nutrire arcani marchingegni e poi
Innalzare per loro orride ziggurat.
Tanto antichi loro, quanto giovani noi,
Ancora della nostra anima ignari e beati.
E sorsero e tramontarono infinite ere,
Tante che nessuno ne serba memoria.
Ma noi attendemmo sempre vigili,
Finché non vedemmo, per loro boria,
L’occasione alla fine di poterci rivalere!
Il dono, Skyhammer, per vendetta nato
Sangue già freddo ha sparso, massacrando.
Insieme, come fratelli, abbiamo giurato!
L’era dell’oro, l’era della rinascita.
Divenne il Mondo intero la nostra eredità.
Così ricca la terra, così maturi i doni,
Crebbe infine il nostro popolo, in libertà!
Grandi ricchezze e fede sancita.
Anche i fratelli a lungo perduti cercammo,
Quest’Era d’oro l’Occidente e l’Oriente riunì!
Ma il male s’apprestava e non ce ne avvedemmo,
L’orco dagli occhi glauchi, detto Akrübad,
Sarebbe alla fine giunto a depredar sin qui.
Noi gente di pietra, i cui voti sono eterni,
Che nelle montagne della Luna ha così saldato
Il suo fato ed i propri antichi debiti,
Per l’onore degli avi e di chi ancora non è nato,
Con la prosperità per ripagare i superni.
Gli Elfi veleggiavano e già il loro Fato si adempiva,
Per conquistare i mari ed una patria reclamare
Sulle spiagge di isole da casa così lontane.
Lesti la buona Celeda Ablan di grazia colmare,
Per ripulire dalla tempesta ogni mare ed ogni riva.
E gli uomini, allora ancora fieri, forgiavano corone e Re
Di terre lontane fin dove l’erba può verdeggiare.
Eppure, nulla di buono in eterno risplende, ma scompare!
L’Era della morte, della perdita dell’oro,
Un tempo in cui la terra avrebbe inghiottito tutto.
Il mondo è perduto, disperso, piegato e distrutto
Un tempo di dolore per ognuno di loro!
Le bestie sorsero, bruciando e razziando.
Nessun muro o scudo o difesa resistergli poteva
E gli Elfi infidi fuggendo si ritirarono
E degli Uomini viscidi oratori la parola si perdeva.
Le promesse dimenticarono, muti restando.
Antichi morti si rialzarono, sulla costa meridionale
Un impero ormai defunto, il cui cuore fu estorto,
E non un aiuto venne dalle mani degli uomini.
Crebbe l’oscurità e le fila del nemico ora risorto
Eravamo pressati, come mai fu prima nell’Annale.
Gli elfi per aiutarci a resistere invocati
Contro tutto ciò che ci aveva divisi una volta,
Ormai spenta la luce dell’opera dei nani,
In quei giorni la schiena ci mostrarono rivolta,
Tradendo noi tutti dal gesto sdegnati.
Ed ora antichi alleati si son fatti nostri nemici,
Come si sgretolano le montagne, anche noi cediamo
E così si avvicina mesta quest’Era di sacrifici.
Era di Rovina, Era di Ferro.
Diviso il mondo, sì anche noi lo fummo!
Legione straniera unica speranza
E in guerra col destino ci apprestammo,
Con la fiera Avras ci fu alleanza.
Dai vili Elfi ancor nessun aiuto pervenne.
Ormai lontano, ancora in fuga su mari infiniti,
Di sostenere i Nani incapaci si dimostrarono.
Seppur di sì ardente vendetta non investiti,
Di morte e rovina il loro percorso divenne.
Di Orchi, Uomini e Bestie disputa non si esaurisce,
Ancora guerra e assedio e miseria, invano!
Due ne germogliano quando uno perisce.
Né fuggire, né combattere desidera il Nano,
Così la supremazia del suo sangue infine svanisce.
Infiniti nemici ora ci invadono e ci distruggono,
Schiacciati da Orchi e da Bestie alle nostre porte giunti.
Come la cotta dall’ascia colpita, si sfalda di fortezze la catena,
Così che nessuna vittoria, pur tale, possa riunirne i punti
E lame straniere a depredare sopraggiungono.
Nostra la prole non più libera e soggiogata,
Nostra l’ascia per usura non più affilata,
Nostra la vendetta mai così forte invocata.
La terza Rovina, è l’Era della Piaga.
Rinforzato il coraggio, rinforzata anche la cotta,
Più spesse le armature, più affilate le lame,
Più duri i cuori, più vigorosi gli animi nella lotta,
Un nemico a noi ignoto ora dilaga!
L’antico dono degli Uomini così ripagammo
Di quando in soccorso ci vennero nell’assedio,
Il più grande pegno del popolo nostro fu condiviso,
Il dono della pietra e della montagna il pendio.
Così i muri della grande Avras innalzammo!
Sulla Bianca Montagna un tempo persa
Di nuovo marciando, ancora la occupammo.
Una Nuova alleanza con gli uomini fu stretta,
Una pace duratura e che avanti portammo
Sopra terre e monti con fiducia eccelsa.
Incontrammo infine anche il nemico fin qui celato,
Mentre l’Elfo uccideva l’Elfo oltre il mare infinito
Tremenda piaga ancora il mondo sconvolse.
Il parassita si destò dal suo sonno lungo sopito
E su Nani e Uomini Morte strinse il morso gelato.
Così cadde l’impero, ed i ratti il trono occuparono,
Avvelenate le terre e quasi sconfitta la vita,
Di Avras solo le ossa bianche per la via restarono.
Era di Guerra, di Rovina la Quarta.
Tempo per i nemici di combattere tra loro.
Le asce affiliamo e le lame prepariamo,
Al fronte con le truppe marciamo in coro
E nelle profondità della terra attendiamo.
Ogni Re, Thane o soldato,
Tutti di serrare le file e i ranghi giurarono.
Fianco a fianco, insieme di nuovo per marciare,
Alla vittoria quei nostri fratelli andarono
E ogni spada di quei nemici pertanto spezzare!
Nonostante tutto il ferro e quelle forti braccia,
La guerra non mancò di tanto immensa pena.
Innumerevoli erano gli Orchi nemici,
Che nell’Era tale disputa portò in catena,
E di sangue lasciarono un’indelebile traccia.
Eppure, insperata fu la nostra vittoria!
Nessuna speranza ebbe l’Orco circondato,
Sconfitto fu dalla Bestia, che ne fece banchetto,
Ma presagio ad essa non pervenne dal fato,
Quando il Ratto la colpì, con codardia.
Ed i lontani cugini, in cerca d’ambita tregua,
Tentando il fuoco Demone di dominare,
solo una moria ardente poterono liberare.
Tra le fiamme, il nostro stesso sangue ora incatenato
A barattare col barbaro nemico ora debole e stremato,
Vessando altresì coloro che lo hanno sfidato,
Con forza assai brutale ma minor principio morale
Van cercando altri per il Mondo, da assoggettar al male.
Eppur l’anima è saggiata, corrotta, dal magico afflato,
Perfino l’ardore nanico ne viene infine fiaccato.
Per questo il sospiro dell’Abisso deve esser ignorato,
Senza eccezione, ormai corrotto è chi lo ha ascoltato
E dilania il Mondo, minacciandolo interamente
Così che il male prospera sulla terra impunemente.
Tremano le montagne, esondazioni e tempeste,
proliferano come non mai i demoni della peste,
Portando su di noi morte, ira e disprezzo infiniti,
Che i giorni nostri di gloria sembrano ormai svaniti.
L’oriente rimane un luogo di morte e desolazione.
E Vetia soccombe infine alla murina infestazione,
Regna poi un tetro sovrano sugli ultimi uomini liberi,
Così che vivano nel terrore e nella paura, oh miseri!
Non un luogo di ristoro, non un sospiro di sollievo,
In queste notti disperate e giorni senza luce,
Fan di questa Era del Tuono un tremendo evo,
Che nessuno può riportare all’agognata pace.
L’Era del Rifiuto, il tempo del Fuoco,
Fallito ha il nostro popolo, il sogno ormai fioco,
Poiché i diavoli per natura non san essere leali,
Tutto cede infine alla morte fiammeggiante,
Il Mondo una pira e ovunque demoni abissali
Risvegliati dal cataclisma imperversante,
Che arde la terra ed apre squarci come portali
Verso empi reami, regni corrotti e di brace
E gli uomini tanto stolti da venerare l’Inferno,
Hanno privato noi tutti dell’agognata pace.
Ma pur qualcosa di buono suscitò l’Averno,
Che gli uomini vennero ad un patto fraterno.
Uniti infine svettarono sui corpi dei ratti dilaniati,
Ricacciarono l’oscurità e lodarono i vespri irradiati,
Così ebbero fine, quei terribili giorni infuocati.
Si manifestò la dama dell’acciaio e del Sole,
Ella trucidò il re dei ratti e delle oscenità
E si erse, colma come un nano di alacrità,
Ricordando voti antichi, dimenticate parole,
Vecchi amici e fidati alleati ricongiungendo,
Le lame degli uomini ora in ascesa,
Tanto subbuglio quanta rovina presagendo,
Regneranno senza gioia nella contesa.
Evo che termina in fiamme e nell’ira che dispera.
Negli occhi ancora la cenere e il fumo della rovina,
Ci volgiamo alla speranza, la teniamo a mano salda,
Ora consci che per noi la fine fosse tanto vicina.
Eppure, ancora viviamo, per questa Nona Era








